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ATTUALITA'S. ABATE

Evviva Sant’Antonio Abate. Una vita al servizio di Dio

Capì che era arrivata la sua ora. Aveva trascorso un’intera vita tra quelle dune e il vento del deserto, pregando, lavorando e insegnando la parola di Dio. Una vita mistica, quella di Antonio, condotta con rigore e convinzione, lontana dai mali e dalle tentazioni del mondo, ma condivisa con tanti fratelli che come lui, avevano scelto la via della solitudine e della preghiera.

Era il 17 gennaio 356 d. C. Antonio, allora, chiamò i due suoi compagni che da quindici anni abitavano con lui e che condividevano la sua vita da eremita, e disse loro:

«lo, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Sento che il Signore mi chiama, voi siate vigilanti e non lasciate che si perda il frutto della vostra lunga ascesi, ma preoccupatevi di tener viva la vostra sollecitudine come se cominciaste soltanto adesso. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci, eppure deboli. Non temeteli dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in Lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udito da me. Cercate, anche voi, di unirvi sempre innanzitutto al Signore e poi ai santi perché dopo la vostra morte vi accolgano nelle dimore eterne come amici e familiari. A questo pensate e comprendetelo».

E intanto sopraggiunse l’ora suprema. Abbracciò i fratelli e si sdraiò, levò lo sguardo verso quelli che erano venuti a vederlo come se fossero suoi amici e si rallegrò del loro arrivo. E così, con il volto lieto, spirò. I due compagni, secondo l’ordine ricevuto, avvolsero il corpo di Antonio in un lenzuolo e lo seppellirono nascondendolo sotto terra, in un luogo segreto.

Tutto era iniziato molti anni prima, nel tempo dorato della sua giovinezza, dopo la morte dei suoi adorati genitori. Antonio allora aveva circa vent’anni, quando i suoi genitori lo lasciarono con una sorella piccola da accudire e con un notevole patrimonio immobiliare da gestire.

Suo padre era un ricco possidente, si dice che aveva “trecento campi molto fertili e ameni”. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla dipartita dei genitori, quando una domenica, com’era sua abitudine, Antonio si recò alla celebrazione eucaristica, ed entrò in chiesa proprio mentre si annunciava le parole di Gesù al “giovane ricco”: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli” (Mt.19,21).

“Richiamato” da quelle parole del Maestro, come se fossero state lette proprio per lui, uscì dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia, perché non fossero motivo di affanno per sé e per sua sorella. Poi, vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella. Partecipando un’altra domenica all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel Vangelo: “Non vi angustiate per il domani” (Mt. 6,34).

Dopo aver meditato sulla parole del Maestro, donò anche ciò che gli era ancora rimasto. Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fermezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso. Lavorò, in maniera assidua, con le “proprie mani”, perché, aveva anche sentito proclamare, “Chi non lavora non mangia” (2Tes. 3,10). Una parte del denaro guadagnato lo teneva per le sue necessità, mentre il resto lo donava ai poveri.

Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente. Alla fine si “ritirò” dal mondo e visse per lunghissimi anni in solitudine, nel deserto, in compagnia del silenzio, della preghiera e delle stelle. Tutti gli abitanti del paese lo chiamavano “amico di Dio”, alcuni lo amavano come figlio, altri come un fratello. Per tutti era Abbà, il Padre, il Grande, l’Abate.

Morì, venerato dai suoi fratelli, il 17 gennaio 356, a 105 anni.

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