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Il lungo sonno di una nazione

Trent’anni di malgoverno, promesse infrante

e il conto che ora presenta il destino

Cittadini italiani, è il momento di scuotere le coscienze. Un Paese non crolla in una sola notte; si sgretola lentamente, granello dopo granello, finché la popolazione non si accorge di camminare sulla sabbia mobile. Per trent’anni all’Italia è stato detto di aspettare, di sperare, di resistere – mentre chi governava (Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi) amministrava il Paese come se il tempo, la pazienza e la dignità fossero risorse infinite. “La storia perdona gli errori – affermava Antonio Gramsci – ma non perdona mai l’indifferenza” se lo ricordi oggi l’attuale governo Meloni. I mali dell’Italia sono ferite reali, non teorie astratte: pensioni che evaporano prima della fine del mese, paghe che offendono la dignità dei lavoratori, una gioventù bloccata in una giostra di false opportunità – stage, contratti usa e getta, part-time involontari – mentre i rapporti ufficiali continuano a sostenere che l’occupazione cresce. È un miraggio statistico, non una rinascita sociale. E frattanto, il costo del cibo e dell’energia stringe le famiglie in una morsa; le tasse si moltiplicano come se il reddito del nucleo familiare fosse un fiume inesauribile. L’agricoltura è all’asciutto, abbandonate da politiche che parlano di sostenibilità ma raramente toccano la terra. “Un Paese che trascura la propria terra è un Paese che dimentica il proprio nome”.

 Dov’è il piano nazionale per il rimboschimento? Dov’è la strategia promessa da anni per le energie rinnovabili, per strade, porti, aeroporti e ferrovie degne di uno Stato moderno. Pretendiamo ospedali che curino invece di sfinire, assistenza alla disabilità che non assomigli a un pellegrinaggio burocratico e posti di lavoro stabili con salari che consentano una vita dignitosa. Muratori, pescatori, agricoltori – le mani che sostengono la nazione – meritano più degli applausi; meritano aiuti, attenzione e giustizia. E chi lavora non dovrebbe essere punito da un sistema fiscale che tratta l’impegno come un lusso.

  Chiediamo un tetto massimo agli stipendi dei burocrati, trasparenza negli uffici pubblici e una vera assunzione di responsabilità. “Il potere non è un trono; è una responsabilità” ma chi la svolge con correttezza e limpidezza? Rivendichiamo il diritto a pensioni all’altezza della vita reale. Basta con riforme che allontanano sempre di più la quiescenza mentre riducono ciò che i lavoratori si sono guadagnati. Quarantadue o quarantatré anni di contributi devono bastare per andare in pensione senza penalizzazioni, con un’età pensionabile intorno ai sessantadue anni. E i politici devono rispondere dei propri stipendi d’oro davanti al popolo – attraverso referendum chiari, non manovre di palazzo.  Smettiamola di accettare che i giovani italiani vengano usati come numeri decorativi per mascherare il declino. Smettiamola di tollerare una classe politica che troppo spesso ha servito interessi nascosti dietro acronimi, lobby e l’assenza di una presa di posizione ufficiale. Non chiediamo odio; chiediamo regole. Controlli reali, sanzioni vere per chi viola la dignità dei lavoratori. Piani concreti per l’ambiente e l’energia. Infrastrutture moderne. Sanità efficiente e veloce nei tempi di attesa. Salari che permettano di vivere, non soltanto di sopravvivere. Chiediamo azioni, non slogan. Trasparenza, non teatralità come quella che assistiamo giornalmente. Politiche che mettano al centro famiglie, lavoratori e territori. “Viviamo in un paese – come rimarca il magistrato palermitano Nino Di Matteo – che sta perdendo sempre più la memoria e la capacità d’indignazione”. Se lo scenario rimarrà invariato, le proteste di sola facciata non potranno più reggere. Come cittadini, pretenderemo risposte attraverso ogni mezzo civile e democratico disponibile – perché la democrazia non è uno sport da spettatori; è un dovere quotidiano. A tutti i cittadini: restate informati, parlate con i vostri vicini, fate risuonare la vostra voce di protesta.
  A chi governa: le apparenze non bastano più. È tempo di governare davvero e per il bene dell’Italia.

  In un’era in cui il rumore sovrasta spesso il senso, chiediamo, invece, ai giornalisti un gesto che sembra antico e invece è rivoluzionario: tornare alla verità. Non la verità piegata alle convenienze, né quella che si adagia sul potere, ma quella che illumina le zone d’ombra e restituisce dignità al dibattito pubblico. Perché un’informazione che serve il più forte non informa, obbedisce; un’informazione libera, invece, serve la comunità. Alla magistratura, invece rivolgiamo un appello che guarda avanti. Applicare la legge come un patto vivo con il popolo, non come un codice piegato agli interessi di chi sa aggirarlo. La giustizia non può essere un labirinto per furbi, né un rifugio per chi confonde astuzia con innocenza. Deve restare ciò che è: un faro imparziale e trasparente, non un espediente. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro, condannato a subire la storia. Conoscere le pagine più oscure della Repubblica (dalla Strategia della Tensione, alla strage di Ustica, dall’omicidio Mattei alla Trattativa Stato-Mafia) non è un esercizio di nostalgia, ma un dovere civile. Solo affrontando le tenebre la giustizia smette di inseguire illusioni e diventa esigente ricerca di verità, per un futuro migliore.