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De Roberto e Maganuco , la memoria dell’arte siciliana torna a parlare a Randazzo.

Il Premio Federico De Roberto 2026 alla memoria di Enzo Maganuco, lo studioso che seppe leggere l’anima nascosta dei monumenti, delle arti e delle...
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De Roberto e Maganuco , la memoria dell’arte siciliana torna a parlare a Randazzo.

Il Premio Federico De Roberto 2026 alla memoria di Enzo Maganuco, lo studioso che seppe leggere l’anima nascosta dei monumenti, delle arti e delle tradizioni dell’Isola.

Ci sono uomini di cultura che lasciano dietro di sé libri, studi, cataloghi. E poi ce ne sono altri che lasciano soprattutto uno sguardo: un modo diverso di osservare ciò che abbiamo davanti agli occhi e che, proprio perché appartiene da sempre al nostro paesaggio, rischiamo di non vedere più.È questo, forse, il filo più autentico che unisce Federico De Roberto ed Enzo Maganuco. Due intellettuali separati dal tempo, ma accomunati dalla medesima attenzione verso una Sicilia che non si concede mai completamente a chi la guarda in superficie.

Proprio a questa memoria è dedicata l’edizione 2026 del Premio Federico De Roberto, istituito da Sicilia Antica – sezione di Randazzo per valorizzare quanti abbiano contribuito alla conoscenza, alla tutela e alla divulgazione del patrimonio storico e monumentale della città. Un riconoscimento che quest’anno assume un significato particolarmente intenso: il premio sarà infatti conferito alla memoria del professor Enzo Maganuco, figura di primo piano nella storia degli studi storico-artistici siciliani.

Locandina evento.

L’appuntamento è per sabato 10 ottobre, alle 17.30, al Palazzo Municipale di Randazzo. L’iniziativa, organizzata da Sicilia Antica Randazzo nel trentennale della sua attività, gode del patrocinio del Comune e vedrà, oltre ai saluti istituzionali del sindaco Antonino Grillo e dell’assessore alla Cultura Sara Sindoni, gli interventi di studiosi e rappresentanti dell’associazione. Il premio sarà ritirato dalla figlia del professore, Maria Cristina Maganuco.

Non è casuale la scelta di legare il nome di Maganuco a quello di De Roberto. Lo scrittore catanese, oltre a essere uno dei grandi protagonisti della nostra letteratura, fu infatti anche un acuto osservatore dell’arte, dell’architettura e del costume. Agli inizi del Novecento realizzò due importanti monografie d’arte destinate a una prestigiosa collana: una dedicata ai monumenti di Catania, l’altra a Randazzo e alla Valle dell’Alcantara. In quelle pagine la Sicilia non è soltanto descritta: viene interrogata, osservata, quasi ascoltata attraverso le sue pietre, i suoi edifici, le testimonianze artistiche e la vita delle comunità. E proprio Randazzo, con il suo straordinario patrimonio medievale, rappresentò per De Roberto un luogo privilegiato di osservazione. A raccogliere idealmente quel testimone è oggi la figura di Enzo Maganuco, storico dell’arte, docente negli Atenei di Catania e Messina, ispettore e redattore del catalogo delle raccolte civiche del Castello Ursino di Catania. Uno studioso, come sottolinea il cultore e storico delle tradizioni siciliane Elio Traina, “a tutto tondo”, capace di attraversare ambiti diversi della cultura figurativa senza mai perdere quella curiosità che costituisce, in fondo, la prima virtù di ogni autentico uomo di cultura.

Traina lo ricorda come “profondo conoscitore di ogni settore dell’arte e non solo”, dalla pittura a fresco alla scultura, dall’architettura alle arti popolari. E in questa definizione c’è probabilmente la cifra più significativa dell’attività di Maganuco: la capacità di non stabilire gerarchie tra le diverse espressioni della creatività siciliana, ma di riconoscere dignità artistica anche a ciò che per troppo tempo è rimasto ai margini degli studi ufficiali.

“Grazie a lui tesori dimenticati in ogni angolo dell’isola vennero riscoperti”, sottolinea ancora Traina.

È una frase che merita di essere raccolta e custodita, perché racconta più di una carriera accademica. Racconta una missione. Maganuco andava alla ricerca dell’arte là dove spesso nessuno pensava di cercarla. E così, scorrendo le pagine del volume Ricerche sull’arte di Sicilia sconosciuta o malnota, recentemente pubblicato dalla figlia e dalla nipote (curatrice del testo) e presentato nell’ambito della manifestazione, sembra quasi di incontrarlo personalmente: davanti a un artigiano, accanto a un pittore, in mezzo a una bottega, intento a osservare con attenzione il lavoro di un carradore o di un fabbro.È particolarmente significativo il capitolo dedicato ai carretti siciliani, quei coloratissimi “rebus su ruote” che Guy de Maupassant aveva così felicemente definito durante il suo viaggio nell’Isola. Maganuco ne indaga forme, colori, decorazioni, differenze territoriali, temi stilistici e iconografici, restituendo a un manufatto nato per la vita quotidiana la dignità di una vera opera d’arte.

E lo fa, osserva Traina, con “un linguaggio chiaro e poetico, a tratti caustico”, nel quale emerge senza reticenza l’amore per la disciplina. È forse proprio questa una delle qualità più preziose che il ricordo di Maganuco consegna alle nuove generazioni: la capacità di parlare di arte senza renderla estranea, senza rinchiuderla nella torre d’avorio degli specialisti. Non sorprende, dunque, che il professore fosse amato dai suoi studenti e che il suo insegnamento sia rimasto vivo anche nei ricordi dei loro figli.

Randazzo, inoltre, non fu per lui soltanto un nome sulle pagine di un libro. Fu un luogo frequentato, studiato, mostrato agli allievi. Qui conduceva gli studenti per leggere direttamente, nella materia degli edifici, i caratteri e gli stili dell’architettura medievale. I palazzi randazzesi diventavano così, nella sua prospettiva, una sorta di grande “campionario” dell’architettura siciliana.

Una lezione che oggi acquista quasi il sapore di un lascito.

Per questo il Premio Federico De Roberto non appare soltanto come una cerimonia celebrativa. È, piuttosto, un gesto di restituzione. Restituire un nome alla memoria significa sottrarlo all’oblio; restituire i suoi libri ai lettori significa permettere a quelle idee di tornare a circolare. Ed è proprio questo l’auspicio espresso da Elio Traina, il cui intervento offre alla manifestazione una chiave di lettura particolarmente lucida e appassionata. “Mi auguro che questo evento possa essere il trampolino di lancio affinché la sua figura esca dall’oblio, in cui è caduto il prof. Maganuco negli ultimi anni, e che i suoi scritti vengano divulgati e valorizzati come meritano”.

Parole che non hanno bisogno di essere addolcite. Perché talvolta la cultura ha anche bisogno di denunciare le proprie dimenticanze.

E Traina lo fa con una considerazione amara, ma profondamente umana: “In un deserto, culturale ed emotivo come il luogo in cui operiamo, intellettuali di questo calibro rappresentano refrigerio e conforto”. È forse questa, alla fine, la ragione più vera per cui vale la pena ricordare Enzo Maganuco.

Non soltanto perché fu un docente, uno storico dell’arte, un ispettore, un autore. Ma perché seppe restituire voce a ciò che rischiava di diventare silenzio: un palazzo, un affresco, un carretto, una scultura, una pagina dimenticata. E in una terra che possiede un patrimonio immenso ma non sempre la memoria necessaria per riconoscerlo, riportare alla luce uno studioso come Maganuco significa anche interrogarci sul modo in cui intendiamo il nostro passato.

Il Premio De Roberto 2026, dunque, può diventare molto più di un omaggio. Può essere l’inizio di una nuova stagione di attenzione attorno alla sua opera, ai suoi studi e a quella Sicilia “sconosciuta o malnota” che egli ebbe il merito di cercare, indagare e raccontare.

Perché la memoria, quando è autentica, non guarda soltanto indietro.

Chiede di continuare il viaggio.