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Papa Francesco nell’isola di Lesbo, in Grecia: Non lasciamo che il “mare nostrum” diventi “mare mortuum”

Papa Francesco è tornato oggi, dopo cinque anni, nell’isola greca di Lesbo per incontrare i migranti.

Il Pontefice è stato accolto nel “Reception and Identification Centre” dai canti eseguiti dagli ospiti del campo.

Nel suo saluto la presidente del Centro ha riferito al Papa che la Grecia continua ad essere in prima linea nella crisi dell’immigrazione che colpisce l’intero mare Mediterraneo sopportandone l’onere. E ha continuato affermando che la crisi andrebbe affrontata e condivisa con tutta l’Europa.

Nella sua risposta il Papa ha fatto presente come le migrazioni rappresentino una “crisi umanitaria che riguarda tutti”.

E continuando il Pontefice ha richiesto una maggiore solidarietà al mondo intero. Allo stesso modo delle risposte che cominciano ad essere date alle crisi globali quali la pandemia e i cambiamenti climatici così dovrebbero darsi risposte alla crisi delle migrazioni.

Eppure, prosegue Papa Francesco: “ci sono in gioco persone, ci sono in gioco vite umane! C’è in gioco il futuro di tutti, che sarà sereno solo se sarà integrato. Solo se riconciliato con i più deboli l’avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e naziolismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose.

E allora il Pontefice esorta tutti a seguire gli insegnamenti della storia adottando politiche a largo respiro, senza che si voltino le spalle per non vedere, senza il rimbalzo di responsabilità, senza che vengano delegate ad “altri” le questioni legate ai flussi migratori.

E il Papa passa attraverso il campo profughi percorrendo la strada sterrata che corre attraverso i container. Incrocia così gli occhi dei migranti, “carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime”.

Non c’è distanza tra il Pontefice e le persone, sorride, tocca le loro mani, abbraccia i bambini, sempre circondato dal calore che solo le persone sanno dare, ma circondato anche dal muro e dal filo spinato che rinchiudono i migranti come in uno di quei “nuovi lager” di cui lo stesso Francesco ha parlato a Cipro.

Nel suo discorso il Papa, con lo sguardo fisso ai profughi che lo circondano, che chiedono, ricambiandone lo sguardo, di non essere dimenticati, dice ancora:

“In questa domenica, prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali, ai propri egoismi nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa.

Ritornando, con la memoria, al suo primo viaggio a Lesbo, cinque anni fa, il Papa nota come sulla questione delle migrazioni da allora ad oggi si è fatto molto poco: mentre la Grecia ha sopportato i sacrifici dell’accoglienza, in Europa c’è chi continua a trattare il problema come se non lo riguardasse mentre i migranti vivono in condizioni indegne della persona umana.

E, continua il Papa: “Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all’orizzonte! Eppure il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto! È triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri.”

Ma, riflette il Papa, non sono le barriere che possono risolvere il problema. Piuttosto si dovranno unire gli sforzi per prendersi cura degli altri, nella legalità e senza prescindere dal “valore insopprimibile della vita di ogni uomo”.

Continuando nel suo discorso il Papa chiede: “Piuttosto che parteggiare sulle idee, può essere d’aiuto partire dalla realtà: fermarsi, dilatare lo sguardo, immergerlo nei problemi della maggioranza dell’umanità, di tante popolazioni vittime di emergenze umanitarie che non hanno creato ma soltanto subito, spesso dopo lunghe storie di sfruttamento ancora in corso.”

Piuttosto che inculcare nell’opinione pubblica la paura dell’altro, del diverso, la soluzione al problema va ricercata nella cura da porre nel parlare dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e molto spesso finanziate da accordi economici sottoscritti sulla pelle della povera gente, del traffico di armi.

Si dovrebbero ricercare, riprende Francesco, piuttosto le soluzioni alle guerre, alle cause nascoste che le provocano e al fatto che sono sempre le spalle dei poveri a pagarne poi le conseguenze. Perciò, anziché mettere pezze per affrontare di volta in volta l’ultima emergenza che si presenta occorrerà superare le “ghettizzazioni” e favorire “l’indispendabile integrazione”

Per questo il Papa chiede di guardare il volto dei bambini che parla alle coscienze senza poi scappare via dalle proprie responsabilità e senza girare lo sguardo “dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge”.

E riprende: “Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!”

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