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CORONAVIRUS: bar, ristoranti, mense e negozi chiusi; permesse solo le consegne a domicilio

Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 sono adottate, sull’intero territorio nazionale, le seguenti misure:

  1. Sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità individuate nell’allegato 1, sia nell’ambito degli esercizi commerciali di vicinato, sia nell’ambito della media e grande distribuzione, anche ricompresi nei centri commerciali, purché sia consentito l’accesso alle sole predette attività. Sono chiusi, indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, i mercati, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari. Restano aperte le edicole, i tabaccai, le farmacie, le parafarmacie. Deve essere in ogni caso garantita la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.
  2. Sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo su base contrattuale, che garantiscono la distanza di sicurezza interpersonale di un metro. Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. Restano, altresì, aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande posti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situati lungo la rete stradale, autostradale e all’interno delle stazioni ferroviarie, aeroportuali, lacustri e negli ospedali garantendo la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.
  3. Sono sospese le attività inerenti i servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti) diverse da quelle individuate nell’allegato 2.
  4. Restano garantiti, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie, i servizi bancari, finanziari, assicurativi nonché l’attività del settore agricolo, zootecnico di trasformazione agro-alimentare comprese le filiere che ne forniscono beni e servizi.
  5. Il Presidente della Regione con ordinanza di cui all’articolo 3, comma 2, del decreto legge 23 febbraio 2020 n. 6, può disporre la programmazione del servizio erogato dalle Aziende del Trasporto pubblico locale, anche non di linea, finalizzata alla riduzione e alla soppressione dei servizi in relazione agli interventi sanitari necessari per contenere l’emergenza coronavirus sulla base delle effettive esigenze e al solo fine di assicurare i servizi minimi essenziali. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro della salute, può disporre, al fine di contenere l’emergenza sanitaria da coronavirus, la programmazione con riduzione e soppressione dei servizi automobilistici interregionali e di trasporto ferroviario, aereo e marittimo, sulla base delle effettive esigenze e al solo fine di assicurare i servizi minimi essenziali.
  6.  Fermo restando quanto disposto dall’articolo 1, comma 1, lettera e), del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020 e fatte salve le attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza, le pubbliche amministrazioni, assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi di cui agli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81 e individuano le attività indifferibili da rendere in presenza.
  7. In ordine alle attività produttive e alle attività professionali si raccomanda che:
  1. sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza;
  2. siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva;
  3. siano sospese le attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione;
  4. assumano protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti di protezione individuale;
  5. siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro, anche utilizzando a tal fine forme di ammortizzatori sociali; 
  1.  per le sole attività produttive si raccomanda altresì che siano limitati al massimo gli spostamenti all’interno dei siti e contingentato l’accesso agli spazi comuni;
  2. in relazione a quanto disposto nell’ambito dei numeri 7 e 8 si favoriscono, limitatamente alle attività produttive, intese tra organizzazioni datoriali e sindacali.

10)  Per tutte le attività non sospese si invita al massimo utilizzo delle modalità di lavoro agile.

ART. 2
(Disposizioni finali)

1. Le disposizioni del presente decreto producono effetto dalla data del 12 marzo 2020 e sono efficaci fino al 25 marzo 2020.
2. Dalla data di efficacia delle disposizioni del presente decreto cessano di produrre effetti, ove incompatibili con le disposizioni del presente decreto, le misure di cui al  decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 marzo 2020 e del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 9 marzo 2020.
3. Le disposizioni del presente decreto si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione.

Allegato 1
COMMERCIO AL DETTAGLIO

Ipermercati
Supermercati
Discount di alimentari
Minimercati ed altri esercizi non specializzati di alimentari vari
Commercio al dettaglio di prodotti surgelati
Commercio al dettaglio in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici
Commercio al dettaglio di prodotti alimentari, bevande e tabacco in esercizi specializzati (codici ateco: 47.2)
Commercio al dettaglio di carburante per autotrazione in esercizi specializzati
Commercio al dettaglio apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni (ICT) in esercizi specializzati (codice ateco: 47.4)
Commercio al dettaglio di ferramenta, vernici, vetro piano e materiale elettrico e termoidraulico
Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari
Commercio al dettaglio di articoli per l’illuminazione
Commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici
Farmacie
Commercio al dettaglio in altri esercizi specializzati di medicinali non soggetti a prescrizione medica
Commercio al dettaglio di articoli medicali e ortopedici in esercizi specializzati
Commercio al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per toletta e per l’igiene personale
Commercio al dettaglio di piccoli animali domestici
Commercio al dettaglio di materiale per ottica e fotografia
Commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico e per riscaldamento
Commercio al dettaglio di saponi, detersivi, prodotti per la lucidatura e affini
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato per televisione
Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto per corrispondenza, radio, telefono
Commercio effettuato per mezzo di distributori automatici

Allegato 2
Servizi per la persona

Lavanderia e pulitura di articoli tessili e pelliccia
Attività delle lavanderie industriali
Altre lavanderie, tintorie
Servizi di pompe funebri e attività connesse

CORONAVIRUS: CHIUDERE O NON CHIUDERE LE ATTIVITA’ COMMERCIALI?

L’OMS ha appena dichiarato lo stato di Pandemia globale.

Il Coronavirus si espande a macchia d’olio non solo in Europa. Germania, Spagna e Francia stanno pian piano vedendo i contagi aumentare, ma anche nel resto del mondo si scoprono i primi casi: come in Africa ed in Sud America, dopo quelli già confermati negli USA.

In Italia per cercare di rallentare e debellare definitivamente il virus si vuole imitare il metodo cinese che ha messo in quarantena un’intera popolazione ed una metropoli, Wuhan, che si aggira sugli 11 milioni di abitanti.

Già in Lombardia si richiedono degli interventi più restrittivi, come la chiusura totale per 15 giorni di tutte le attività commerciali tranne supermercati e farmacie. Non solo in Lombardia, anche altre regioni vorrebbero lo stesso trattamento ed alcune città, vedi Roma e Napoli, si sono già attrezzate per la chiusura di alcune attività come barbieri, parrucchieri e centri estetici; luoghi che potrebbero veicolare facilmente il virus.

Anche molti siciliani vorrebbero la chiusura totale delle attività commerciali, ma anche delle frontiere; soprattutto se il Governo starà effettivamente vicino economicamente al popolo, attuando degli sgravi fiscali e degli aiuti economici alle attività commerciali e a coloro che svolgono lavoro dipendente.

Prossimamente ne sapremo di più, ma la responsabilità della scelta e soprattutto della tempistica nell’attuarla giocherà un ruolo decisivo nell’uscire definitivamente da questa piaga; attuando veramente il motto introdotto ufficialmente dal Premier Conte: #iorestoacasa

INTANTO IN FRANCIA MIGLIAIA DI PERSONE CERCANO DI “PUFFARE” IL CORONAVIRUS

Sono tutti blu ed hanno strani cappelli, ebbene si, sono i Puffi. In barba all’emergenza Coronavirus, in Francia, in particolare a Laderneau, si sono riunite 3500 persone fan della storica serie di cartoni animati per bambini ideati dal grande disegnatore belga Pejo.

Questa ondata blu, ha riempito letteralmente la cittadina francese che nonostante il pericolo di diffusione del virus, non ha posto alcun veto o restrizione.

Intanto in Francia la situazione si aggrava di giorno in giorno, aumentano i contagi così come coloro che hanno bisogno della terapia intensiva. La speranza è che questa goliardica manifestazione non provochi ulteriori ripercussioni a livello sanitario.

L’ITALIA UNITA SI FERMA SINO AL 3 APRILE #iorestoacasa

Il Premier Conte nella conferenza stampa indetta alle ore 21.30 di lunedì 9 marzo, ha confermato la volontà di combattere tutti insieme contro questa piaga, chiamata Coronavirus, che ha colpito la nostra nazione ed il mondo intero, e per fare ciò ha chiesto un ulteriore sforzo agli italiani: cambiare il proprio stile di vita in maniera immediata.

Con queste parole, Giuseppe Conte ha annunciato l’estensione della zona rossa a tutta l’Italia chiamandola “zona protetta”.

Gli spostamenti dovranno essere comprovati da un’autocertificazione che ne confermi la necessità lavorativa o di salute, le attività didattiche resteranno chiuse sino al 3 aprile, si ferma anche lo sport per la stessa data con la chiusura anche delle palestre.

Si cercherà di vietare assolutamente assembramenti all’interno di luoghi privati e pubblici, persino nelle piazze; abbiamo visto in questi giorni episodi di movida all’interno delle zone rosse che vanno eliminati immediatamente perché pericolosi.

Un ultimo pensiero va a coloro che in questi giorni sono in prima linea a cercare di aiutare gli altri rischiando la propria incolumità. Loro sono i veri e propri eroi di questa Italia ed è anche pensando a loro che tutti noi dobbiamo cercare di responsabilizzarci.

“Il futuro dell’Italia è nelle nostre mani e devono essere mani responsabili”

Queste disposizioni che il Premier Conte ha annunciato saranno attive dalla mattinata del 10 marzo per proteggere le persone più deboli e vulnerabili.

#iorestoacasa

Qui troverai la diretta FB della conferenza del Premier Conte https://www.facebook.com/GiuseppeConte64/videos/200926397811043/

CORONAVIRUS, SI CHIUDONO LE SCUOLE E RIPARTE LA MOVIDA

Il nonsense di questo periodo è palese e sotto gli occhi di tutti. Lo Stato in questi giorni ha disposto una chiusura totale delle scuole italiane, predisponendo un vademecum per attività teatrali, cinema o eventi che nello specifico vedano assembramento di persone; anche se questi luoghi o situazioni andrebbe evitate. Il tutto è stato fatto per cercare di rallentare l’avanzata del virus e per avere maggior tempo a disposizione per riorganizzare l’assetto sanitario e soprattutto le terapie intensive, in vista dell’ipotetico picco che tutti si aspettano strada facendo.

Una mossa giusta che magari andava fatta prima e che poteva comportare sin da subito anche dei metodi più drastici che potessero contrastare la moltitudine di scettici che non temono di poter essere contagiati e poter contagiare chi gli sta accanto.

Così vediamo che la chiusura dell’attività scolastica ha coinciso con l’apertura dei parchi e il riavvivarsi della movida, dove giovani si accalcano per festeggiare tutti insieme non si sa cosa. Follie di una parte di popolo non pensante che potrebbe costare caro a tutto il sistema e far saltare i piani di rallentamento del virus previsti dal Ministero.

D’altronde, il messaggio sbagliato che è passato dalla comunicazione in questi giorni, è che a morire sono solo gli anziani; come se i giovani fossero immuni da tutto e la gente dai 60 anni in su fosse la sola interessata al virus e pressoché oramai datata. Nulla di più falso perché la malattia non vede età, colore o portafogli e appunto gli over 60 sono una delle colonne portanti della nostra Italia; sminuire loro ed i loro contributo sarebbe come gettare parte della storia italiana, per non parlare degli affetti che ci legano.

CORONAVIRUS: “TANTO NON CAPITERA’ MAI A ME”. LA TESTIMONIANZA DEL RICOVERO

Una lettera inviata al Corriere della Sera, che vogliamo riportare, scritta da una ragazza mentre aspetta l’esito del tampone per il Coronavirus. Tra le righe si comprende come alle volte quello che accade ci sembra distante un’immensità, ma che poi all’improvviso quando siamo noi realmente i protagonisti di quell’evento tragico ci troviamo del tutto spiazzati ed impauriti.

Una lettera che ci impone rispetto e prudenza per noi stessi, ma più che mai per gli altri che ci stanno intorno. Un’emergenza, quella alla quale siamo chiamati a combattere, da non prendere sotto gamba o con lo spirito dell’eroe immune; in gioco ci sono tante vite, soprattutto di coloro che sono più deboli.

“Non so voi, ma io ho la tendenza a vivere le situazioni incerte e potenzialmente pericolose come se non mi riguardassero; le assimilo a nubi gonfie di pioggia, a lontane manifestazioni meteorologiche destinate a dissolversi prima di raggiungere me. Che si tratti di un meccanismo di autodifesa, di semplice istinto umano o di pavidità, questo è stato il mio più spontaneo pensiero nel confrontarmi con la minacciosa nube-COVID-19: c’è da averne paura, certo. Ma non capiterà a me. Bene, oggi sono qui, semi seduta nel mio letto d’ospedale, a parlarvi di come io sia stata ricoverata, in isolamento causa sospetto COVID- 19, al Sacco di Milano; con la speranza che l’informazione aiuti a smitizzare ansie e paure, a comprendere meglio il procedimento dietro ogni diagnosi e a gettare un po’ di luce sul clima che si respira, oggi, negli ospedali, tra chi è impegnato in prima linea per fronteggiare una vera e propria emergenza nazionale.

Sono arrivata in ospedale alle 18.45 di lunedì 2 marzo. Dalla settimana prima soffrivo di quelli che, grazie a internet e ai telegiornali, abbiamo imparato a riconoscere come i sintomi del Coronavirus (che, nei casi più blandi, pare non si discostino molto dai sintomi della più comune influenza): febbre, tosse secca e insistente, cefalea a intermittenza, dolori diffusi, ma, soprattutto, un senso di costrizione al petto, come se non riuscissi mai a respirare al pieno della mia capacità polmonare, nonostante le cure prescrittemi dal mio medico di base e una dose quadrupla di formoterolo e budesonite, i miei quotidiani farmaci per l’asma.

Così, nel corso di una mia crisi respiratoria, lunedì pomeriggio la mia famiglia ha preso per me la decisione di chiamare il 118: nell’arco di dieci minuti, due operatrici sanitarie, mascherine ffp3 a coprire loro naso e bocca, erano già all’opera nel provarmi febbre, pressione e saturazione, nel farmi indossare a mia volta una mascherina e nell’approfondire la mia sintomatologia, oltreché eventuali contatti avuti con persone provenienti dalle cosiddette zone rosse – contatti, questi, impossibili da ricostruire con certezza per chiunque, come me, frequenti l’università a Milano e prenda abitualmente i mezzi pubblici. Quindi, le operatrici si sono messe in contatto con il Servizio Sanitario Nazionale, al quale hanno riportato tutta la mia anamnesi. Ho capito che mi avrebbero ricoverata, e dove mi avrebbero portata, sentendo la voce all’altro capo del filo prescrivere alle operatrici di procedere con la – loro – vestizione; terminata la quale (che mi ha garantito un minimo margine di tempo per racimolare un pigiama, spazzolino e dentifricio e qualche libro), senza tante spiegazioni né, tanto meno, rassicurazioni, sono stata caricata su un’ambulanza diretta al Sacco.

Una volta all’ospedale, ad accogliermi sono stati degli infermieri dotati di tute, copriscarpe, mascherine, cuffie e guanti, che mi hanno subito fatta accedere a una stanza di biocontenimento, il primo impatto con la quale non è stato rassicurante: sulla porta spiccava il simbolo del biohazard, un cartello informava che in quegli scarsi due metri per tre potevano sostare massimo tre persone per volta perché venisse rispettata una distanza di sicurezza di due metri, e un altro ancora che per comunicare con il personale medico bisognava premere un pulsante. Sedie di plastica, nessun tavolino, una porta a chiusura ermetica, un calorifero da campeggio per mantenere una temperatura accettabile malgrado il vento che filtrava da sotto la porta; seduta in un angolo, anche lei in attesa, c’era una donna, quando sono arrivata dormiva, poi mi ha detto di essere in attesa di una stanza, poi si è addormentata di nuovo.

Le ore trascorse in quella saletta sono state le più lente del mio ricovero – adesso, col senno di poi, penso che fosse anche perché non sapevo bene cosa sarebbe successo poi: nessuno me l’aveva anticipato, non c’era l’ombra di un medico, li pensavo impegnati altrove, con persone più gravi e sofferenti di me, eppure non riuscivo a smettere di chiedermi dove fossero tutti. Poco dopo mezzanotte, mentre provavo a dormire sdraiata alla bell’e meglio sulle sedie, la porta chiusa ermeticamente si è aperta, e per un istante ho creduto di stare vivendo un film: davanti a me c’erano tre medici, e il mio primo pensiero è andato agli astronauti pronti a un volo nell’interspazio; erano così ugualmente impersonali, coperti e mascherati a quel modo, che mi riusciva difficile distinguerli l’uno dall’altro, o capirli perfettamente quando parlavano.

Mi hanno fatta sdraiare su un lettino, e rivolto pressappoco, per metterle a verbale, le stesse domande che mi erano già state fatte; mi hanno misurato la temperatura, la pressione, il livello di ossigeno nel sangue; quindi un prelievo, e una radiografia al torace; e, infine, il tampone per verificare la positività o meno al COVID-19. La denominazione precisa è quella di tampone rino-faringeo; confesso di non essermi mai interrogata sulla natura di questo esame, prima di doverlo fare, e di aver erroneamente dedotto che mi avrebbero estratto un tampone di saliva dalla bocca. In realtà, il tampone rino-faringeo consiste, invece, nel prelievo di materiale esaminabile con l’aiuto di quello che sembra un cotton fioc di circa quindici centimetri di lunghezza; lo strumento viene inserito prima in una narice, poi nell’altra, e il risultato è una sensazione di dolore misto a fastidio, oltre che alla tentazione di starnutire. Tutti e tre i medici sono stati, nel corso dell’intera procedura, estremamente gentili e umani, nel tentativo di distrarmi, e persino di farmi sorridere; non l’ho dato per scontato, non a mezzanotte passata, non dopo chissà quanti altri tamponi ed esami fatti.

Questo genere di persone, chi continua a fare bene il proprio lavoro anche in situazioni di stress, ritmi serrati e allarmismo, sono coloro che più si avvicinano alla mia definizione di eroi moderni. A esami conclusi, e sempre con l’equipaggiamento – mascherina, guanti, copriscarpe – del caso, sono stata trasferita nell’area destinata alla degenza dei pazienti in attesa del risultato del tampone. In tempi normali, per esaminare un tampone bastano tre ore; all’inizio dell’epidemia di Coronavirus in Italia, intorno al 21 febbraio, la media dei tempi di attesa era di circa sei ore; oggi, complice la grande quantità di tamponi realizzati ogni giorno, i tempi di attesa [n.d.r.: almeno per quanto riguarda il Sacco, il cui team di infettivologi esamina i tamponi in loco, senza doverli spedire altrove] possono dilatarsi fino alle quarantott’ore. Non sapevo, inizialmente, quanto avrei dovuto aspettare; a dire il vero, l’idea dell’attesa, una volta entrata finalmente nella mia camera, non mi pesava neppure.

Le camere dei pazienti per i quali non si può escludere il contagio da COVID-19 sono singole, e strutturate come normali camere d’ospedale, non fosse per l’anticamera – in gergo: il filtro – che le separa dal corridoio del reparto, nella quale ai pazienti è vietato sostare: il filtro è dove gli infermieri depositano i pasti per i degenti; una volta usciti gli infermieri, i pazienti possono recarsi nel filtro, con mascherina e guanti, e portare in camera i pasti. Una volta in camera, possono stare senza maschera e guanti; prima che qualcuno entri nella stanza, vengono avvisati tramite interfono, e viene loro prescritto di indossare guanti e mascherine e di muoversi il meno possibile. I contatti con il personale medico sono ridotti all’osso: due volte al giorno, alle tre del pomeriggio e alle otto di sera, ai pazienti viene richiesto di provarsi la febbre, e di comunicare tramite interfono la propria temperatura corporea. Per quanto mi riguarda, ho ricevuto la visita di un medico solo il primo giorno, perché avevo la febbre alta; i restanti due, alle sei del mattino, quella di un’infermiera che passava a misurarmi la saturazione e a valutare le mie condizioni di salute.

A chiunque vedessi chiedevo con ansia degli esiti dei miei esami, che tardavano ad arrivare. Attraverso le pareti sottili trapelavano i rumori dell’ospedale intorno: le chiacchierate al telefono della signora nella camera accanto alla mia, risultata positiva al COVID-19 benché asintomatica; i colpi di tosse di altre due, forse tre persone. Dall’unica finestra, priva di maniglie e impossibile da aprire, come quelle dei grattacieli, non vedevo niente, perché il vetro era smerigliato e opaco. Avevo come l’impressione di essere sospesa fuori dal mondo.

Nelle circa trentasei ore di attesa del risultato del mio tampone, oltre a leggere e a tenermi informata, tramite social media, su quello che avveniva fuori, ho pensato principalmente due cose: uno: visto dall’interno, il COVID-19 sembra destare serie, serissime preoccupazioni; due: Dio benedica la sanità pubblica. Quanto alla prima affermazione, posso solo che motivarla dicendo che la mia percezione – la percezione non di un medico o di un virologo, ma di una comune cittadina che si sforza di tenersi costantemente informata sui fatti – è stata quella di una situazione di indubbia emergenza: le misure prese nei miei confronti sono state onnipresenti, calcolate al millimetro, restrittive a dir poco. Percepivo la cautela, il professionalissimo timore negli sguardi degli infermieri, la loro volontà di trattenersi il meno possibile nella mia camera; la stanchezza, anche.

La prima notte, l’infermiera che mi ha accompagnata in radiologia mi ha detto, mantenendo accuratamente la distanza di sicurezza di due metri: «In questi giorni sto ringraziando di non avere famiglia: i miei colleghi non riescono più a vedere mogli e figli. Non sanno che turni avranno, quando potranno dormire». Aveva gli occhi cerchiati e violacei, sopra la mascherina. Eppure era premurosa e attenta, mi ha chiesto quanti anni avessi, che scuola facessi, ha sorriso all’idea che fossi più grande di quanto pensasse; e premurosi lo sono stati tutti, sempre, a discapito di tutto. L’idea che in molti lottino da settimane e in silenzio, mettendo a repentaglio salute, ritmi di vita e legami affettivi dovrebbe aiutarci a ridimensionare il fenomeno, a capire che le persone coinvolte, al di 2 là dei veri e propri malati, di quelli che purtroppo sperimentano il COVID-19 sulla loro pelle, sono molte di più; che questa guerra riguarda noi, tutti noi, e non soltanto gli altri.

In secondo luogo, si diceva: Dio benedica la sanità pubblica. Non oso immaginare quanto il mio ricovero di tre giorni mi sarebbe venuto a costare se fossi stata, mettiamo, una cittadina dello Stato di New York: sei, settemila dollari? Ottomila? Il solo tampone rino-faringeo avrebbe sfiorato i tremila dollari; è facile tirare le somme, e concludere che una buona fetta della popolazione americana, con grande gioia del COVID-19, non potrà permettersi l’esame. Il nostro diritto alla diagnosi è alla portata di tutti, ed è giusto che sia così; ma non si dovrebbe dare per scontato, perché scontato non è.

Quanto a me, oggi, in data 4 marzo, a distanza di quasi trentasei ore, è arrivato l’esito del mio tampone: negativo. A comunicarmi il risultato sono stati due medici giovanissimi, forse specializzandi; hanno aperto la porta della mia stanza senza paura, sorridenti, quasi espansivi, hanno detto: «Portiamo buone notizie.» Li ho ringraziati con la stessa gratitudine che avrei voluto dimostrare a ogni medico, a ogni infermiere. In risposta loro mi hanno visitata, ancora una volta; mi hanno detto di prepararmi, che mi dimetteranno di qui a un’ora, un’ora e mezza. Ho ancora un po’ di tosse, ma niente più febbre. Io e i miei polmoni asmatici ce ne andremo di qui leggeri come non mai. Questa stanza verrà pulita, disinfettata, cambieranno le lenzuola, svuoteranno i cestini. Sarà presto pronta per qualcun altro.

fonte https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_05/coronavirus-non-capitera-me-poi-ricovero-biocontenimento-tampone-medici-stressati-umani-dee0c594-5ebe-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml?fbclid=IwAR2mlW_UtMZ4PTmQ-V8c-mOElD0_EVnbL1g7u2FDgI8W-SCTwfHcv29zreY

LA POLITICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Quello che sta accadendo in questi giorni nel mondo ci catapulta all’interno di una realtà quasi inverosimile per la società moderna che credeva di poter vivere con la quiete di chi aveva raggiunto una certa soglia di sicurezza sul campo medico scientifico/sanitario, vedendo come assolutamente remota l’ipotesi di una vera e propria “pandemia” che potenzialmente poteva mettere in pericolo le vite di centinaia di migliaia di persone.

Nel frattempo i nostri grandi esponenti politici che non sono coinvolti direttamente nella vicenda, parlano di “crisi effettiva” che per una volta non è quella relativa al taglio delle loro poltrone; cercando anche in queste circostanze di ritagliarsi uno spazio “pubblicitario”. Questi salvatori della Patria, di professione, si mettono in gioco per dettare delle linee guida e cercare di essere garanti della sicurezza sanitaria pubblica. Come consuetudine, però, si gioca a sparare quella più grossa; anche se effettivamente è impossibile che gli asini volino, per il politico è lecito crederci e farlo credere. Chissà se in questi giorni qualcuno di questi mestieranti capirà che quello che serve in questo momento è unità d’intenti, sentirsi parte di un unico disegno collaborando in maniera costruttiva e non critica anche a livello mediatico; ricordando che il reparto di terapia intensiva non conosce bandiere, colori della pelle o preferenze politiche.

Il lavoro sporco, come sempre, è svolto da coloro che nell’assoluta riservatezza salvano ogni giorno vite mettendo a rischio la propria incolumità. Parliamo di tutti quei medici, infermieri, ricercatori e volontari sanitari che nell’assoluta fermezza e senza sosta stanno cercando di circoscrivere la pandemia, provando a bloccarla. Lavoratori instancabili a cui il popolo italiano affida nelle loro mani la propria salute, la propria vita.

A causa del propagarsi del Coronavirus il nostro stile di vita è stato totalmente modificato. Il nuovo vademecum dettato dal Comitato Scientifico consiglia: di evitare strette di mano, incontri pubblici e manifestazioni di ogni genere se non strettamente necessari; in poche parole tutto ciò che comporta il contatto diretto con l’altro, affinché non si veicoli la trasmissione del virus.

CORONAVIRUS: MANIFESTAZIONI A RISCHIO E NUOVO VADEMECUM DA SEGUIRE

Impazza il Coronavirus in Italia, a Bergamo stanno valutando in queste ore l’eventuale zona rossa visto l’impennata di contagi e di decessi; mentre in Sicilia oggi si registrano ulteriori casi, con i tre professori universitari di Agraria positivi al tampone.

Dal Premier Conte è stato anche istituito un Comitato Scientifico ad hoc che si sta già occupando di gestire la crisi. L’ipotesi è uno stop delle manifestazioni sportive, vedi Serie A, e tutti gli eventi che prevedono affollamento di gente; per almeno 30 giorni per evitare il diffondersi del virus.

Il Ministero della Salute ha dettato un vademecum da seguire per cercare di prevenire il contagio.

Ecco i comportamenti da tenere, non solo nelle aree a rischio, ma in tutta Italia.

Distanza di sicurezza di due metri
E’ fondamentale osservarla per mettersi al riparo dalle goccioline con le quali si propaga il coronavirus. Gli scienziati raccomandano a tutti, soprattutto negli ambienti chiusi, di mantenere la distanza.

Niente saluti affettuosi
Evitare baci, abbracci e strette di mano, i gesti della consuetudine quotidiana con cui in Italia ci si saluta e che possono contribuire in maniera considerevole a far correre il contagio

Fermare le manifestazioni
La stragrande maggioranza degli appuntamenti pubblici e degli eventi programmati sono stati annullati o rinviati. Ma il comitato scientifico va oltre e propone di fermare per un mese ogni tipo di manifestazione, anche sportiva, che non consenta di osservare la distanza di sicurezza richiesta. Dove sono aperti teatri, cinema e musei è stato chiesto di rispettare la regola dell’alternanza dei posti. Il consiglio è comunque quello di evitare anche discoteche, pub e luoghi con molte persone

Le persone anziane a casa
In Lombardia è stato espressamente chiesto agli over 65 di rimanere in casa, ma la raccomandazione per tutte le persone dai 75 anni in su  o dai 65 se si hanno altre patologie è di uscire il meno possibile, sia per la vulnerabilità connessa all’età o ad altre patologie sia perchè i dati epidemiologici hanno rilevato che sono la fascia di età più colpita e dunque sono facile cinghia di trasmissione

Chi ha la febbre non esca
Anche chi dovesse avere una banale influenza, accusando qualche linea di febbre, senza essere mai stato nelle zone rosse o gialle e senza essere entrati in contatto con possibili positivi, è invitato a rimanere a casa.

Starnuti e tosse nel fazzoletto
Chi starnutisce o tossisce utilizzi sempre un fazzoletto di carta da buttare immediatamente in un contenitore chiuso o, se ne è sprovvisto, utilizzi la piega del gomito.

(fonte https://www.repubblica.it/)

Papa Francesco: Oggi inizia la Quaresima, distacchiamoci dal frastuono che ci circonda

Nell’udienza generale di stamani in piazza San Pietro Papa Francesco ha ricordato a tutti il senso del cammino quaresimale che inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri.

È un cammino, ricorda Papa Francesco, che segue quello di Gesù che all’inizio del suo ministero si ritirò per quaranta giorni nel deserto per pregare e digiunare. Il papa si interroga su quello che significa oggi il deserto per noi che viviamo in città: il deserto è il luogo del distacco dal frastuono che ci circonda, è assenza di parole per far posto alla Parola di Dio. Come sappiamo dalla Bibbia il Signore ama parlare all’uomo dal deserto.

La Quaresima, ci ricorda Papa Francesco, è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio. È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo

È il tempo per rinunciare alle parole inutili, alle chiacchiere, alle dicerie, ai pettegolezzi, e parlare con il Signore. Occorre inoltre dedicarsi a una sana ecologia del cuore dove fare pulizia. Purtroppo, afferma Papa Francesco, l’ambiente in cui viviamo è inquinato da molta violenza verbale, da tante parole offensive e nocive, amplificate spesso dalla rete. È qui dove occorre fare pulizia.

Oggi fatichiamo a distinguere la voce del Signore che ci parla, ripete il Papa nel suo discorso, la voce della coscienza, la voce del bene. Gesù, chiamandoci nel deserto, ci invita a prestare ascolto a quel che più conta, all’importante, all’essenziale

Gesù ci dà l’esempio, digiunando. Digiunare è saper rinunciare alle cose vane, al superfluo, prosegue Papa Francesco. Digiunare non soltanto per dimagrire, ma per andare proprio all’essenziale, è cercare la bellezza di una vita più semplice. Digiunare è saper rinunciare alle cose vane, al superfluo.

Infine il deserto, è il luogo della solitudine. Papa Francesco ci ricorda che oggi, vicino a noi, ci sono tanti deserti. Sono le persone sole e abbandonate. Poveri e anziani che ci stanno accanto e vivono nel silenzio, senza far clamore, marginalizzati e scartati! Parlare di loro non fa audience. Ma il deserto ci conduce a loro, a quanti, messi a tacere, chiedono in silenzio il nostro aiuto. Il cammino nel deserto quaresimale è un cammino di carità verso chi è più debole.

Il Papa ha ricordato quanto afferma il profeta Isaia “Ecco, io faccio una cosa nuova, aprirò nel deserto una strada” (Is 43,19). Cioè nel deserto si apre la strada che ci porta dalla morte alla vita. Il Papa invita a entrare nel deserto con Gesù. Così il popolo né uscirà assaporando la Pasqua, la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita.

SPECIALE S. AGATA 2020 – LA SALITA DEI CAPPUCCINI

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S. Agata 2020 – La salita dei Cappuccini in diretta